Il corpo che vuoi di Alexandra Kleeman

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“Ho sempre desiderato quel tipo di intimità, profonda ma indiretta,
un amore agile ed effervescente come un programma televisivo.”

Corpi affamati, trasparenti e stanchi. Personalità smarrite, sfasate e intricate. Nell’America contemporanea i fantasmi da affrontare non sono solamente outside, ma vivono intrinsecamente legati allo sviluppo e declino dell’ideale americano. Nel suo romanzo d’esordio la giovane Alexandra Kleeman ci accompagna in un incubo destinato ad aggiornare le tematiche statunitensi, suggerendo una virata che la distanzia di misura dal resto della letteratura contemporanea d’oltreoceano, facendola spiccare come un’innovatrice, una sperimentalista.

Scrivere il mio nuovo libro è così difficile, non può essere niente di ciò che ho in mente adesso” ha detto durante l’interessantissima presentazione a Firenze, il 7 giugno. Ha anche raccontato di aver scritto Il Corpo che vuoi durante la notte, “quando gli altri sono svegli, così da poter rubare la loro wakeness (l’essere sveglio).

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Oltre al Giovane Holden, Franny e Zooey

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Credo d’aver ricevuto il Giovane Holden in regalo all’età di 14 anni; l’età adatta, direbbero alcuni. Io non condivido il luogo comune secondo il quale Salinger si ami solo se conosciuto durante l’adolescenza: il fatto che i suoi personaggi stiano spesso attraversando quel momento di transizione, non implica che chi c’è già passato non possa riuscire ad empatizzare con loro; ciò richiede, forse è vero, uno sforzo maggiore, ma totalmente remunerativo.

Stolta, abbandonai allora la nave Salinger, etichettandola come completamente esplorata. Negli ultimi anni ho visto tuttavia il web fiorire di copertine bianche, quelle lenzuola intonse che mi ricordano sempre Holden Caulfield. Non ci è voluto molto per trasformare un buono Feltrinelli in due libri dalle copertine lattee.

Franny e Zooey contiene due racconti riguardanti un fratello ed una sorella per l’appunto in crisi con il mondo circostante, ognuno a suo modo. Le tematiche si avvicinano molto a quelle contenute ne Il giovane Holden: la purezza dell’infanzia in contrasto alla falsità dell’età adulta, una repellenza verso la società borghese conformista e convenzionale e la ricerca di un senso come sfiancante e inconcludente esercizio ginnico.

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La violetta del Prater di Christopher Isherwood

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Autore inglese del XX secolo, Christopher Isherwood sta conoscendo negli ultimi anni nuova gloria, grazie ad una riscoperta del suo apporto alla comunità LGBTQ, e ad un adattamento cinematografico di finezza degna di nota del suo romanzo Un uomo solo, ad opera di Tom Ford.

La sua vasta opera non è ancora stata tradotta interamente in Italia, anche se un nuovo stimolo Adelphiano sembra rincorrere questa meta agognata da molti lettori.

Bizzarria: Christopher Isherwood è anche il nome del protagonista di questo breve romanzo dalle fattezze aleatorie e dai temi molto oscuri e un po’ peculiari: nella Londra post e pre-bellica degli anni ’30 uno scrittore viene ingaggiato per la redazione della sceneggiatura di un film dal nome La violetta del Prater, un lavoro leggero e frivolo, ambientato a Vienna e dalla trama generalmente fosca.
Regista del suddetto film uno stizzoso e lunatico intellettuale tedesco, Friedrich Bergmann, che si pone forzatamente come comprimario di una storia dalle infinite sfumature, tutte nascoste dietro l’opprimente velo della nascita del totalitarismo Hitleriano e delle leggi razziali europee.

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I sogni vogliono migrare

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Premessa pedante ma necessaria: tengo molto – nella vita privata come in quella affidata ai social – alla coerenza ed all’integrità. Per questo quando Edizioni Clichy mi ha proposto una collaborazione, in caso lo ritenessi opportuno, ho accettato ben volentieri.

A cuor leggero vi parlo con grande entusiasmo di un saggio che si è rivelato uno scrigno, contenitore di speranza per un mondo migliore, che al giorno d’oggi andrebbe pagata oro.

Tito Barbini e Paolo Ciampi, definiti “scrittori viaggiatori”, in questo saggio a due voci disegnano con passaggi di staffetta continui un tracciato sui muri, i confini e i drammi odierni, in un mondo così globalizzato e al contempo così diviso. Prendendo spunto dai propri viaggi e dalle proprie esperienze, creano una sorta di antidoto contro il qualunquismo e il terrore generalizzato, il populismo più becero e un razzismo sempre più dilagante. Ci si sofferma sull’etimologia delle parole, sui conflitti alla frontiera, sul dramma dell’inaccessibilità, in situazioni che nel 2017 ricordano davvero troppo quella del muro tristemente celebre per antonomasia.

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Cronologicamente Yates: parte 2

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Inizia la mia avventura attraverso Yates. Intrapresa con Revolutionary Road quasi per caso, le coincidenze hanno voluto che una persona a me molto cara mi regalasse altri due volumi che si collocano cronologicamente in maniera perfetta rispetto alla produzione dell’autore, e quindi mi son detta: a questo punto, perché non leggere le sue opere in ordine di pubblicazione?

Sotto una buona stella esce nel 1969 ed è il secondo romanzo di Yates, pubblicato a seguito del suo capolavoro Revolutionary Road (1961) e di una raccolta di racconti, Undici solitudini (1962).

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La ragazza dai capelli strani

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Dopo aver letto “La ragazza dai capelli strani” ho provato il desiderio di scriverne una recensione, ma mi si è parata davanti una grossa difficoltà nel mettere ordine tra i pensieri, visto che si tratta di David Foster Wallace.

Foster Wallace è per me una scoperta relativamente recente, eppure già imprescindibile e onnipresente nella mia vita da lettrice. Mi ha dimostrato di essere quel tipo d’autore che, una volta scoperto, è capace di cambiare non le carte in tavola, ma il gioco stesso che ci stava tenendo tutti molto impegnati.

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Io e Yates: uno sproloquio

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Da novizia riguardo al mondo Yates vorrei aprire cospargendomi il capo di cenere e, con studiata prevenzione, annunciare la mia innegabile ignoranza nel campo. Ciononostante, mi sforzerò di non farlo. Il motivo di questa intestina violenza è la quantità e la qualità di adorazione che Revolutionary Road ha inspirato, portando una rivoluzione nel mio mondo di lettrice.

Perché, mi sono chiesta, in un mondo in cui ognuno – e qui Eco ci è testimone – può dire la sua, rispondere con timidezza ad un richiamo forte quale quello dell’immensa stima che ad oggi provo per Richard Yates? E non lo farò, risponderò invece con sensazioni e interpretazioni personali, con l’augurio che qualcuno possa ispirarvi e riempirvi di coraggio come Yates ha fatto con me.

Ignorando la melassa dell’introduzione, lasciate che vi dica chi è Yates quando nel 1962 esce in America la sua opera prima, Revolutionary Road.  Nato a Yonkers e figlio di divorziati, dopo aver partecipato alla seconda guerra mondiale torna in America e si occupa di giornalismo e ghost writing. E’ un uomo di 35 anni già divorziato che ha riscoperto il piacere della lettura non molto prima; legge Keats, Dickens, Conrad, Salinger, Joyce, Katherine Mansfield, Čechov, Dostoevskij, Flaubert e T.S. Eliot.

Ma soprattutto legge Fitzgerald con una bramosia maniacale che ricorda un po’ la mia.

Il grande Gatsby, insieme a buona parte dei libri di Fitzgerald, ha rappresentato la mia iniziazione ufficiale al mestiere di scrittore.”

ammette con orgoglio in “Degli ottimi maestri”, postfazione di Revolutionary Road grazie a Minimum Fax.

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