Estate e mattoni letterari – #Artigianidelleparole17

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In principio furono Il Signore degli Anelli, Eragon e il Ciclo dell’eredità, Le Cronache di Narnia e La saga di Terramare. Sono – di indole, ahimè – una persona confusa e scostante, ma se c’è una certezza che ho nella vita è questa: d’estate più un libro è lungo, meglio è.
Ho inconsciamente, ma fermamente, sempre creduto in quest’assunto infondato, divorando ogni luglio e agosto quei libri fantasy dal peso specifico di un piccolo rinoceronte, che adesso stanziano gaudenti nel cuore della me lettrice.

In principio fu Pipino – tutt’ora uno dei miei personaggi letterari preferiti –, e recentemente i personaggi che mi accompagnano nelle lunghe e calde ore estive provengono da tutt’altro background (tranne Westeros, dato che l’estate 2012 fu sacrificata a Jaime Lannister e i quattro libri della saga di Martin allora pubblicati), ma pur sempre abitanti di libri che, in quanto a superficie, non hanno niente da invidiare a un monolocale milanese.

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Oltre al Giovane Holden, Franny e Zooey

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Credo d’aver ricevuto il Giovane Holden in regalo all’età di 14 anni; l’età adatta, direbbero alcuni. Io non condivido il luogo comune secondo il quale Salinger si ami solo se conosciuto durante l’adolescenza: il fatto che i suoi personaggi stiano spesso attraversando quel momento di transizione, non implica che chi c’è già passato non possa riuscire ad empatizzare con loro; ciò richiede, forse è vero, uno sforzo maggiore, ma totalmente remunerativo.

Stolta, abbandonai allora la nave Salinger, etichettandola come completamente esplorata. Negli ultimi anni ho visto tuttavia il web fiorire di copertine bianche, quelle lenzuola intonse che mi ricordano sempre Holden Caulfield. Non ci è voluto molto per trasformare un buono Feltrinelli in due libri dalle copertine lattee.

Franny e Zooey contiene due racconti riguardanti un fratello ed una sorella per l’appunto in crisi con il mondo circostante, ognuno a suo modo. Le tematiche si avvicinano molto a quelle contenute ne Il giovane Holden: la purezza dell’infanzia in contrasto alla falsità dell’età adulta, una repellenza verso la società borghese conformista e convenzionale e la ricerca di un senso come sfiancante e inconcludente esercizio ginnico.

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La ragazza dai capelli strani

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Dopo aver letto “La ragazza dai capelli strani” ho provato il desiderio di scriverne una recensione, ma mi si è parata davanti una grossa difficoltà nel mettere ordine tra i pensieri, visto che si tratta di David Foster Wallace.

Foster Wallace è per me una scoperta relativamente recente, eppure già imprescindibile e onnipresente nella mia vita da lettrice. Mi ha dimostrato di essere quel tipo d’autore che, una volta scoperto, è capace di cambiare non le carte in tavola, ma il gioco stesso che ci stava tenendo tutti molto impegnati.

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Io e Yates: uno sproloquio

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Da novizia riguardo al mondo Yates vorrei aprire cospargendomi il capo di cenere e, con studiata prevenzione, annunciare la mia innegabile ignoranza nel campo. Ciononostante, mi sforzerò di non farlo. Il motivo di questa intestina violenza è la quantità e la qualità di adorazione che Revolutionary Road ha inspirato, portando una rivoluzione nel mio mondo di lettrice.

Perché, mi sono chiesta, in un mondo in cui ognuno – e qui Eco ci è testimone – può dire la sua, rispondere con timidezza ad un richiamo forte quale quello dell’immensa stima che ad oggi provo per Richard Yates? E non lo farò, risponderò invece con sensazioni e interpretazioni personali, con l’augurio che qualcuno possa ispirarvi e riempirvi di coraggio come Yates ha fatto con me.

Ignorando la melassa dell’introduzione, lasciate che vi dica chi è Yates quando nel 1962 esce in America la sua opera prima, Revolutionary Road.  Nato a Yonkers e figlio di divorziati, dopo aver partecipato alla seconda guerra mondiale torna in America e si occupa di giornalismo e ghost writing. E’ un uomo di 35 anni già divorziato che ha riscoperto il piacere della lettura non molto prima; legge Keats, Dickens, Conrad, Salinger, Joyce, Katherine Mansfield, Čechov, Dostoevskij, Flaubert e T.S. Eliot.

Ma soprattutto legge Fitzgerald con una bramosia maniacale che ricorda un po’ la mia.

Il grande Gatsby, insieme a buona parte dei libri di Fitzgerald, ha rappresentato la mia iniziazione ufficiale al mestiere di scrittore.”

ammette con orgoglio in “Degli ottimi maestri”, postfazione di Revolutionary Road grazie a Minimum Fax.

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