La “mia” Milano – Milano di Carta

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“Il toscano Luciano Bianciardi arriva a Milano nel 1954, quando ha poco più di trent’anni, rispondendo alla chiamata della neonata casa editrice Feltrinelli. Ben presto però capisce di essere un corpo estraneo al mondo culturale cittadino, agli orari d’ufficio voluti dall’editoria e dal giornalismo. Comprende di essere stato fagocitato dalla macchina produttiva milanese, che non farà distinzioni tra impiegati di banca e intellettuali, e ne appiattisce le aspirazioni.”

Bianciardi, nato a Grosseto, si sposta a Milano per lavoro. Io, nata a Firenze, mi sono spostata a Milano per studio circa una settimana fa.
Quando Irene mi ha chiesto di raccontare la “mia” Milano, per accompagnare fino alla sua uscita il bellissimo volume edito dalla casa editrice indipendente siciliana Il Palindromo di “Milano di Carta”, l’ho accolta come un’opportunità per superare il traumatico abbandono della mia città.

Cos’è “Milano di Carta”: è una guida letteraria di Milano. L’autore Michele Turazzi attraverso le parole e l’immaginario di autori novecenteschi che hanno abitato Milano anche attraverso i loro romanzi – da Hemingway a Gadda, da Alda Merini a Elio Vittorini – racconta una Milano ancora esistente e riconoscibile ed un’altra andata ormai perduta. 

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Stiamo tutti bene (più o meno).

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Cito Boris, una delle – indiscutibile – migliori serie italiane di sempre, nella persona del suo Maestro René Ferretti: “E’ vero che c’è una bellissima atmosferaaaa?” Loro stanno lavorando in un set televisivo in chiusura; noi quasi. 

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Gli stimoli dell’internet #2

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Nella prima puntata de ‘Gli stimoli dell’internet‘ avevamo parlato di Frankenstein, complessi vari ed eventuali, Richard Brautigan e Briasco, il ritorno di Will & Grace e il caso Weinstein.
Anche questa volta ho tentato di amalgamare una commistione di articoli molto variegati, per non trascendere in frivolezza o pesantezza.

Prima di tutto il resto però, è inevitabile, un articolo che proprio non posso accompagnare con nient’altro, riguardante l’attentato a Macerata del 3 Febbraio, ed un altro che, uscito poco prima, ne è esplicativo:

In questo mondo in cui esistono i termini “fake news” o “deep fake”, i media hanno un ruolo fondamentale; quello di prendersi seriamente e produrre informazione cosciente e precisa, che dìa alle cose il loro nome. Gloria Baldoni elenca 3 casi di violenza fascista nei quali la stampa non ha dato le giuste definizioni alle cose, arrecando danni e disinformazione.

Qual è l’orientamento politico dei nuovi liceali? Un articolo lungo e curato sulla nascita delle nuove destre.

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“Sognando la luna”: cosa non leggere di Michael Chabon

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Sono gli antidolorifici a rendere loquace il nonno materno di Michael Chabon, gravemente malato nel 1989. In quell’anno lo scrittore nordamericano ha appena pubblicato la sua opera prima, “I misteri di Pittsburgh”, e si scopre in quei giorni testimone affascinato della storia della vita di suo nonno, che fino a quel momento si era sempre dimostrato taciturno e poco espansivo.

Scrive proprio la sua storia nel 2016, che prende in patria il (più fortunato) nome di “Moonglow”. “Sognando la luna” (Rizzoli, 2017, traduzione di Matteo Colombo) assume la forma del memoir storico-autobiografico, tuttavia ampiamente romanzato, come ammette lo stesso autore nella nota iniziale: ‘Nel preparare questo romanzo biografico mi sono attenuto ai fatti, tranne laddove non corrispondessero ai ricordi, allo scopo del raccolto o alla mia idea di verità. Ovunque siano state prese libertà riguardo a nomi, date, luoghi, eventi e dialoghi […] il lettore sia certo che sono state prese con il dovuto abbandono.’

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La responsabilità dei blogger: di cosa mi ero scordata.

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Questo che segue è un post di riflessione, di valutazione e ricalibrazione del mio essere sui social. Avevo perso di vista la palla, come si suol dire; e ve lo vorrei raccontare per ricordarmelo sempre.

Qual è il fatto, in breve: oramai sono quasi due anni che amministro la mia pagina di instagram, una pagina che – pur sempre tenendo conto che tratta di libri e non di borse – ha avuto nel tempo un costante e discreto successo, con una partecipazione da parte vostra sempre molto stimolante, da parte mia un po’ altalenante. Mi sono resa conto recentemente che in quest’equazione mancava qualcosa di importante: un approccio consapevole da parte mia.

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“Come si chiama la tua fidanzata?” Il sergente nella neve di Rigoni Stern.

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Mario Rigoni Stern (1921 – 2008) servì come sergente maggiore di una divisione degli alpini durante la seconda guerra mondiale; e in particolare era presente durante la ritirata di Russia del 1943.
“Il sergente nella neve” è una testimonianza di quella drammatica circostanza, edita per la prima volta nel 1953 nei “Gettoni” Einaudi, diretti da Elio Vittorini.

Non voglio perdermi in chiacchiere, perché questo libro è oramai divenuto – a ragion veduta – un classico novecentesco nostrano, e non ha certo bisogno di recensioni. Quel che invece voglio fare è riportare un passo del romanzo, un po’ più lungo delle dimensioni permesse e consigliate da instagram, che mi ha particolarmente colpita. E nel mio personale mondo letterario “particolarmente colpita” significa che – da quando l’ho letto, due notti fa – ci ragiono incessantemente.

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Cronologicamente Yates: parte 3

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Se non sapete di cosa sto parlando, vi aggiorno: leggendo Revolutionary Road mi sono innamorata perdutamente di Richard Yates, facendo dunque partire una caccia fintamente rilassata della sua bibliografia. Il caso ha voluto che i primi cinque volumi raccolti – tra regali, usato e sperperii – fossero i primi cinque della sua produzione, dandomi la possibilità dunque di affrontarla in maniera cronologica. E siamo a 3. (Non è vero, siamo a 4 ma mi son scordata di fare la recensione di Undici solitudini; facciamo che quando siam arrivati alla fine, col male di vivere, torniamo indietro).

Nel 1975 esce il quarto libro di Yates: Disturbo della quiete pubblica, che segue Revolutionary Road (1961), la raccolta di racconti Undici solitudini (1962) e Sotto una buona stella (1969). Dopo aver passato anni ad Hollywood come sceneggiatore (fallito) ed essersi risposato, lo scrittore americano si ripresenta sulla scena letteraria con un libro – se possibile – anche più cupo dei precedenti, con un elemento nuovo: questa volta il protagonista è uno solo. Scordiamoci le tragiche dinamiche familiari di April e Frank Wheeler in Revolutionary Road, o il rapporto distruttivo di Alice e Robert Prentice di Sotto una buona stella. Nonostante John Wilder sia sposato ed abbia un figlio, il fuoco in questo romanzo è interamente su di lui, che funge chiaramente da alter ego di Yates, e cade vittima degli stessi dèmoni. 

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