La violetta del Prater di Christopher Isherwood

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Autore inglese del XX secolo, Christopher Isherwood sta conoscendo negli ultimi anni nuova gloria, grazie ad una riscoperta del suo apporto alla comunità LGBTQ, e ad un adattamento cinematografico di finezza degna di nota del suo romanzo Un uomo solo, ad opera di Tom Ford.

La sua vasta opera non è ancora stata tradotta interamente in Italia, anche se un nuovo stimolo Adelphiano sembra rincorrere questa meta agognata da molti lettori.

Bizzarria: Christopher Isherwood è anche il nome del protagonista di questo breve romanzo dalle fattezze aleatorie e dai temi molto oscuri e un po’ peculiari: nella Londra post e pre-bellica degli anni ’30 uno scrittore viene ingaggiato per la redazione della sceneggiatura di un film dal nome La violetta del Prater, un lavoro leggero e frivolo, ambientato a Vienna e dalla trama generalmente fosca.
Regista del suddetto film uno stizzoso e lunatico intellettuale tedesco, Friedrich Bergmann, che si pone forzatamente come comprimario di una storia dalle infinite sfumature, tutte nascoste dietro l’opprimente velo della nascita del totalitarismo Hitleriano e delle leggi razziali europee.

Sotto un firmamento di ponteggi e passerelle, dai quali piove la fredda luce delle lampade a cono, incombenti come pianeti, si leva l’incongrua architettura semismantellata delle scene: […] questo è, letteralmente, un mondo dimezzato, un limbo di immagini riflesse, una città che ha perduto la terza dimensione.

Usando l’espediente pragmatico del mondo cinematografico, Isherwood ragiona apertamente su quel che si possa definire realtà. Il making of del lungometraggio assume nella memoria di Christopher un carattere quasi onirico, eppure predominante, direi totalizzante nei propri ricordi. Il modo in cui il cinema affronta le crisi del periodo, non è troppo distante da quello dell’intellettuale medio britannico: un manierismo di facciata che dentro sé non racchiude assolutamente niente di valore, parco di princìpi.

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Giorgio Manganelli nella splendida (ovviamente) introduzione scrive: “Isherwood è leggero con le sue mani stilistiche incredibilmente affusolate non stringe, non maneggia, non tocca, al più sfiora, allude;[…]”. E’ in questo caso leggero perché il piglio iniziale è incredibilmente umoristico, di un’ironia che non avrei mai saputo riconoscere come sua; eppure allude, pian piano sempre più marcatamente, alla reale anima del romanzo. Da un incipit sferzante e beffardo,

– Parlo col signor Isherwood?

man mano che i due comprimari si conoscono ed instaurano tra loro un rapporto molto stretto, i toni si fanno sempre più profondi e crudi: se c’è una cosa che ho notato, dalla lettura di Un uomo solo e La violetta del Prater, è lo scarso interesse che Isherwood prova per lo sguardo del lettore.

La violetta del Prater non è dunque una chicca da collezionisti o da amanti di Isherwood, è un romanzo splendido anche sul cinema degli anni ’30, ma soprattutto su cosa significasse vivere con la costante sensazione d’essere sull’orlo del baratro; la guerra come la morte, dell’intelletto, e di tutto il resto.

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Autore: Celeste

Firenze, 24 anni, laurea in Storia. Mia madre mi chiama "il genio della casa", ed io ne vado fiera anche se in casa siamo 2 (e un cane).

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