Cronologicamente Yates: parte 2

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Inizia la mia avventura attraverso Yates. Intrapresa con Revolutionary Road quasi per caso, le coincidenze hanno voluto che una persona a me molto cara mi regalasse altri due volumi che si collocano cronologicamente in maniera perfetta rispetto alla produzione dell’autore, e quindi mi son detta: a questo punto, perché non leggere le sue opere in ordine di pubblicazione?

Sotto una buona stella esce nel 1969 ed è il secondo romanzo di Yates, pubblicato a seguito del suo capolavoro Revolutionary Road (1961) e di una raccolta di racconti, Undici solitudini (1962).

Non nascondo che sia stata una lettura faticosa e lunga; personalmente mal sopporto i romanzi ambientati durante le guerre mondiali, trovo che per la grande maggioranza dei volumi si ripropongano temi e inquadrature già viste e riviste in ambito letterario e non solo.

Dunque: Bobby Prentice nel 1944 parte alla volta dell’Europa appena maggiorenne lasciando a casa una madre, Alice, vittima di una vita infelice e di sogni mal riposti, scultrice fallita, povera, sola e ossessivamente dipendente dal figlio. Lo stesso Bobby è alla ricerca di un riscatto tra le fila dell’esercito, ma la strada per la marcia trionfale gli è inaccessibile. E’ molto interessante e peculiare come la guerra sia trattata e caratterizzata come fonte di aneddoti e redenzione, una sorta di via crucis personale per trovare la propria maturità, ma solo a costo di sacrifici e atti eroici. La domanda che ci si pone è: se agli occhi dei tuoi compagni non divieni l’eroe e il buon samaritano, puoi dire di esser stato in guerra?

“Tutti sembravano felici tranne Prentice, che provava un fastidioso senso di insoddisfazione. La guerra era finita troppo presto.”

Nella lunga e parzialmente inconscia rivisitazione della propria vita, per Yates è arrivato quindi il momento della propria esperienza nell’esercito americano, durante la seconda guerra mondiale. Il protagonista del romanzo infatti, William Prentice, è quasi la sua fotocopia: alto, dinoccolato e scoordinato, insicuro e desideroso di approvazione. Per Alice Prentice non sussistono dubbi: è Dookie, madre di Yates, scultrice mai arrivata al successo, divorziata e attaccata visceralmente al figlio.

Il romanzo è dicotomico: dopo un prologo, le storie di madre e figlio si divideranno nettamente, in un andirivieni tra passato e presente. Questa scissione si ripresenta a mio avviso anche nello stile narrativo: il ritmo quotidiano del giovane soldato è ripetitivo e piatto, la sua vita – che vorrebbe trovare il proprio picco di epicità e eroismo – è paradossalmente noiosa e priva di eventi. D’altro canto, la parte del romanzo dedicata ad Alice Prentice, sognatrice senza speranza e donna finita, è scoppiettante e piena di freschezza, di eventi e di persone che prendono vita sul foglio.

Sono entrambi, madre e figlio, intrappolati nei propri sogni ma soprattutto nelle loro aspettative su cosa sarà: sarò un’artista, sarò un eroe. Non è un mistero che Yates non veda di buon occhio i sogni ad occhi aperti, l’aspettativa, il desiderio di qualcosa di più, e in questa storia la sua intolleranza si abbatte inclemente sui due personaggi, che nella loro ricerca spasmodica di individualismo e gloria restano inevitabilmente persone comuni. Sono entrambi ansiosi di piacere e di essere scoperti, la madre come scultrice di valore e il figlio come uomo d’onore, ed il realismo di Yates si staglia granitico contro le loro aspettative, con il solito stile asciutto e incisivo.

“Era la voce della ragione esasperata, del buonsenso risvegliato. Era la voce di quelli che dicevano: “No, temo che questo non sia pratico”, oppure: “Avresti dovuto pensarci prima di ficcarti in questo pasticcio”; la voce contro la quale lei aveva lottato senza speranza per tutta la vita, e che le assicurava, sempre, che non avrebbe avuto lei l’ultima parola.”

Di fianco al grande tema yatesiano delle aspettative deluse e, se vogliamo, del crollo dell’american dream, c’è in Sotto una buona stella ovviamente la preferita delle tematiche dell’autore: la famiglia quale nucleo fondante dell’individuo. E’ infatti Alice l’ombra più pesante sulle spalle del figlio, che nonostante la disprezzi e tra sé ne derida la pateticità, è legato a lei in modo infantile, e si ritrova vittima non solo dei fallimenti perpetui della madre, ma anche delle aspettative che questa riversa in lui come rifiuti tossici.

Credo che quella di Sotto una buona stella sia una storia infinitamente più autobiografica di Revolutionary Road, e forse proprio per questa ragione perda un po’ di smalto e scorrevolezza. Tra le parole di Yates pare di scorgere un rancore ancora troppo vivo perché possa essere godibile a qualcuno che non sia lui stesso. 

Volendo restringere quest’operazione insensata che ho deciso di fare, posso dirvi che non consiglierei Sotto una buona stella a chi non conosce e ama Yates. Sarebbe a mio avviso anche trascurabile per i lettori avezzi, se non fosse per la profondità straziante della depressione di Alice Prentice, che da sola – viva sulla pelle delle madre dell’autore – riesce a trascinare in uno stato di empatia e ira contemporaneamente.

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Autore: Celeste

Firenze, 24 anni, laurea in Storia. Mia madre mi chiama "il genio della casa", ed io ne vado fiera anche se in casa siamo 2 (e un cane).

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